L’incrocio

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Ti sei vestita di nero e anch’io non ho potuto fare altrimenti. È il mio destino. Ti sta bene l’abito, sei bella, sei la donna che anche a lutto fa germinare voluttà con un gesto della mano. La donna che ho sempre desiderato. Vorrei gridarlo al mondo il mio dolore, ma ho tanta paura che nessuno riesca ad ascoltare. L’autista non può capire quanto ti abbia amato da quell’istante – nessun altro può all’infuori di me – quanto io ti abbia desiderato da quella notte sul divano bianco; lui non sembra capire la voglia che ho di stringerti la mano, di poterti parlare, di farti sorridere, anche se si volta spesso per curiosare di sfuggita, invece di guidare. Tu non parli, la cosa non sembra darti fastidio. Non accenni nemmeno un dissenso, talmente il pianto sembra averti prosciugata. E ti capisco, ma gli alberi continueranno a fiorire, vedrai, ogni primavera.

Si tratta di fare il callo a qualcosa che non c’è più. Basta abituarsi, basta avere pazienza. Sono cose che vanno digerite e presto capirai come il tempo faccia miracoli: perché, vedrai, anche le cose più impensabili vengono inghiottite dalle stagioni, prima o poi, anche i fatti più incresciosi hanno i giorni contati. Lo so. So che non è facile accettare, ma bisogna guardare avanti, né io né te abbiamo altra scelta, nessuno ce l’ha. La vita ci ha riservato questo, niente di più. Solo le fotografie, solo loro, potranno riaprire i rubinetti del dolore, ogni volta che scivoleranno dagli album dei ricordi, cadendo ai tuoi piedi increduli, quando gli occhi diverranno umidi e cercheranno impossibile conforto.

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Lettera 22

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Fu al decimo chilometro, quando l’endorfina soffiava in vena, quando il corpo ritornava selvatico, elastico, reattivo come quello di una gazzella, quando i colpi del suolo rimbombavano nelle vertebre, fino al cervello, quando le ginocchia incassavano senza scricchiolii, quando le anche declinavano la forza d’urto, fu allora, con i bit della musica elettronica al declino, che, sintonizzato con il respiro, per un attimo, mi sembrò di sentire una voce. O forse si trattò di un richiamo della foresta. Lo ritenni il verso di un uccello, oppure il pianto di un mammifero, oppure ancora il fischio di un ruscello strozzato, ma quando il ritmo diede nuovo slancio alla corsa, non mi soffermai e andai oltre, calamitato dalla lunga discesa che avrebbe messo fine alla sessione.

Poi, dietro il fogliame intravvidi il meriggio e sbucai sul fruscio di un torrente. Al di là di questo un prato dall’erba non tagliata e una casupola che pareva abbandonata, in legno ma dal basamento in granito, lassù, in cima alla collina. Cosa strana perché, nonostante conoscessi quei boschi, non avevo mai visto, né avevo mai sentito nominare quella residenza, una catapecchia che sembrava la casa del guardiano, di un pastore senza gregge. Forse era tutto a causa del canneto che la nascondeva, sì, doveva essere proprio così, o del corso d’acqua che fungeva da frontiera. Non c’era nessun ponte e mi bagnai le scarpe, rischiando di cadere in acqua, scivolando sulle pietre malferme, mi arpionai all’alto argine, leggendo segnali di divieto, cave canem, cartelli da stagione della caccia, interdizioni di accesso, sporcando su tronchi penzolanti le braccia e il resto di me stesso, lottando contro le impenetrabili canne, mi estrassi a fatica, per ritrovarmi elevato sulla foresta antica.
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