Lettera 22

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Fu al decimo chilometro, quando l’endorfina soffiava in vena, quando il corpo ritornava selvatico, elastico, reattivo come quello di una gazzella, quando i colpi del suolo rimbombavano nelle vertebre, fino al cervello, quando le ginocchia incassavano senza scricchiolii, quando le anche declinavano la forza d’urto, fu allora, con i bit della musica elettronica al declino, che, sintonizzato con il respiro, per un attimo, mi sembrò di sentire una voce. O forse si trattò di un richiamo della foresta. Lo ritenni il verso di un uccello, oppure il pianto di un mammifero, oppure ancora il fischio di un ruscello strozzato, ma quando il ritmo diede nuovo slancio alla corsa, non mi soffermai e andai oltre, calamitato dalla lunga discesa che avrebbe messo fine alla sessione.

Poi, dietro il fogliame intravvidi il meriggio e sbucai sul fruscio di un torrente. Al di là di questo un prato dall’erba non tagliata e una casupola che pareva abbandonata, in legno ma dal basamento in granito, lassù, in cima alla collina. Cosa strana perché, nonostante conoscessi quei boschi, non avevo mai visto, né avevo mai sentito nominare quella residenza, una catapecchia che sembrava la casa del guardiano, di un pastore senza gregge. Forse era tutto a causa del canneto che la nascondeva, sì, doveva essere proprio così, o del corso d’acqua che fungeva da frontiera. Non c’era nessun ponte e mi bagnai le scarpe, rischiando di cadere in acqua, scivolando sulle pietre malferme, mi arpionai all’alto argine, leggendo segnali di divieto, cave canem, cartelli da stagione della caccia, interdizioni di accesso, sporcando su tronchi penzolanti le braccia e il resto di me stesso, lottando contro le impenetrabili canne, mi estrassi a fatica, per ritrovarmi elevato sulla foresta antica.

Non c’era nessun pianto, ma c’era la capanna dalle persiane sfondate, lasciate di traverso, i vetri crepati e il tetto con tegole arroccate, squamate, c’era un ingresso, sì, e un patio dove sbadigliava una sdraio consunta, c’era una scala in pietra che mandava in cantina, c’erano finestre socchiuse, e nemmeno un panno steso ad asciugare, solo nude corde a dondolare. Sentii un alito freddo sulla nuca, ma non mi preoccupai e procedetti verso la costruzione, un passo dopo l’altro, come un archeologo alle prese con una tomba antica, con ingiustificato seppur presente timore, prima di scoperchiarne il recesso.

Un letto sfatto, la fossa biologica, un fornellino a gas inguaiato dalla ruggine, un tavolo con una macchina da scrivere e i fogli impilati. Poi libri, tanti libri, sparsi ovunque: sulla scrivania, per terra, sotto il giaciglio come mi sincerai accucciandomi, sulle mensole storte, sui davanzali e persino attorno alla buca degli escrementi, nonché sul lavandino e nella vasca da bagno che non sembrava essere stata utilizzata mai. Aperti, chiusi, nuovi e spiegazzati, gli incunaboli stavano lì alla stregua di glabri mattoni di adobe. Come un ficcanaso cominciai a sbirciarne i titoli incomprensibili, così come i cassetti pieni di cianfrusaglie e bustine di zucchero (alcune integre, altre mezze rotte che sfiatavano polvere appiccicosa), i taccuini neri che scovai dall’altro lato del letto, e proprio non potei non far caso alla risma stampata che riposava proprio lì, al fianco della vecchia Olivetti, silenziosa ma all’apparenza funzionante.

Il lucido blocco formava un parallelepipedo, talmente gli A4 erano collimanti, e sopra vi era una pietra nera e levigata, con striature giallastre a guisa di capillari, che assicurava il tutto contro un improbabile colpo di vento. La scritta Tauromachia campeggiava sul frontespizio, barrata da due tratti di rosso, e a lato, come si trattasse di una postilla o di un commento, mi parve di leggere Lettera 22. Sfiorai la carta che rimaneva stirata, bianca come appena uscita dalla cartiera, senza le increspature della lettura. Poi, forse incuriosito macchina dattilografa, non potei trattenermi e schiacciai un paio di monogrammi. Come frustate, i martelli colpirono il rullo ed ebbi la subitanea impressione di non essere più solo. Le assi del pavimento erano malsicure e nessuno avrebbe potuto camminarci senza far rumore. Se qualcuno fosse stato lì non sarebbe certo passato inavvertito. Un brivido mi arricciò la peluria e sentii sulle mie spalle, il peso di uno sguardo che pareva di piombo, armato con la concretezza della cognizione più completa. Tolsi le dita dal dattiloscritto, tuttavia non avvertii nessun altro rumore, che fosse fruscio di vestiti, passi, un respiro o una tirata di naso, ma solo una presenza che non avrei saputo descrivere ma che mi parve simile alle carezze materne, onnipresenti ma difficili da ricordare, lontane, sfatte nel tempo come indumenti sbiaditi dall’uso.

Mi voltai. Lui era lì. Vestito di bianco come un viaggiatore del ‘900, camicia larga e pantaloni di lino, sembrava uscito da una fotografia in bianco e nero, da un’immagine che ricordava Hemingway lungo i viaggi africani, ma non aveva lo sguardo penetrante dell’americano, piuttosto una faccia bonaria, un’espressione da vecchio giovane, con pupille eccitate da viaggio organizzato, dietro piccoli occhiali rotondi, e con quel sorrisetto da marachella incastrato tra guance in cerca di un pasto incluso nel prezzo. Gracile e basso di statura, oltre all’atteggiamento da turista in comitiva, appariva inoffensivo, quanto un vecchio con la dentiera tra le mani.

Finalmente sei arrivato. Parlò.

Mi aspettava? Risi sorpreso.

Da tempo.

Non mi dica.

Dico.

Chi è lei?

Non mi dire che non lo sai.

Forse dovrei? Stirai le labbra per sorridere ancora, ostentando sicurezza.

Non sei così sprovveduto. Sono quello a cui devi baciare il culo.

Mi scusi? Scossi la testa incredulo.

Hai capito bene.

Come se nulla fosse, l’uomo strascicò una sedia mettendocisi sopra, spalle alla porta, e afferrò una scatola di legno, la aprì, per estrarre un sigaro che premette vicino all’orecchio e che spuntò con i denti, prima di assestarsi meglio e di apprestarsi all’accensione. Mi osservò come si fa con le bestie all’asta, come un matador davanti al toro che affronterà, mentre io mi facevo piccolo, riducendomi nell’angolo della stanza per una qualche ragione oscura. Lui strizzava le palpebre, portando il capo avanti e indietro, come non riuscisse a scorgermi con chiarezza, come se miopia e astigmatismo facessero a cazzotti nelle fenditure appese sul suo naso.

Vedo che ti interessa quello che scrivo.

Non risposi, staccai la mano dal tavolo.

Fai bene a interessartene. Non l’ho ancora finito, ma conto di terminare la cosa in tempo breve, ora che sei qui con me, finalmente.

Non dissi nulla.

L’odore di tabacco invase la casupola: la luce si era fatta bassa, tagliente, come succede nelle tarde sere d’estate, il suo sguardo assunse un colorito freddo, lucido, distante e allo stesso tempo compiaciuto. Un gravido silenzio aveva preso il sopravvento e solo le copiose aspirate di tabacco parevano alleggerirne il peso.

E di cosa tratta, questa sua cosa che sta per terminare? Chiesi trovando il coraggio.

Tauromachia.

Interessante. Dissi sollevato. Interessante la tauromachia.

Interessante, sì, dicono che abbia a che fare con la letteratura.

Da dietro le lenti, i suoi occhi non mi abbandonavano e persistevano a scandagliare ogni mio gesto, ogni increspatura espressiva. Una curiosità strana era in lui, come non avesse nient’altro da fare, a parte preoccuparsi di me. Capii che non era più tempo di esitazioni, che sarebbe stato giusto andarmene: mi trovavo, fino a prova contraria, su una proprietà privata nella quale ero entrato senza alcun tipo di autorizzazione.

Bene, dissi facendo un passo verso l’ingresso, adesso devo salutarla…

Forse non ci siamo intesi.

Intesi? Sorrisi con un leggero tremore sulle labbra, indicando ancora la porta con un dito.

Vieni, vieni qui, abbiamo tanto da dirci, io e te. Aggiunse rassicurante, come dovesse raccontarmi una favola.

Fu così che l’uomo afferrò la sedia più vicina e la accostò alla sua, senza smettere di fumare, facendomi segno di accomodarmi lì, proprio lì di fianco a lui. Avrei dovuto dargli una spallata e darmela a gambe levate, ma c’era tanta inerme disponibilità in quel vecchio che accettai l’invito – anche perché mi propose una tazza di thè, estratta chi sa da dove, preparata chi sa quando, che mi avrebbe senza dubbio riscaldato e che non rifiutai – così, distanziando un poco lo sgabello, appoggiai il deretano proprio accanto a lui.

Chi è lei? Non potei fare a meno di chiedere ancora, mentre stringevo a due mani la coppa calda. Cosa ci fa in questo luogo?

Mi soddisfo grazie all’inchiostro, soprattutto quando mi annoio, e ci prendo gusto, come quando mi masturbavo, mi ci diverto, anche se può sembrare strano.

Io e lei ci conosciamo? Chiesi spinto dal sentore di avere con lui un qualcosa in comune, sperando in una risposta negativa.

Eccome, se ci conosciamo. Ci conosciamo benissimo.

Se fosse così, mi perdoni… ma non ricordo.

E chi sei tu, invece? Mi guardò dritto. Te lo sei mai chiesto?

Lo so chi sono io, lo so benissimo chi sono io.

Ah sì?

Un padre di famiglia.

La risata che fuoriuscì dalle sue ganasce fu tanto piena e sguaiata da farmi rabbrividire: parve riempire non solo quella stanza, ma anche riverberare nelle vene, nel midollo, e rimbombare nella stanza in cui sedevamo, facendo digrignare i serraggi, mordere gli incastri di legno, stridere le catene metalliche.

Trova la cosa divertente? Dissi fingendo sorpresa.

Molto, moltissimo. In verità, lo sai bene anche tu, anche se cerchi di nasconderlo, tu non sei altro che quello che decido io.

Ma che dice? Mi risentii. Come si permette?

E aggiungerò che sono felice che tu sia qui, che tu sia venuto a trovarmi. Mi annoierei a morte senza di te.

Lei sta dando i numeri.

Proprio non ricordi di quando non eri nulla? Certo che no, come faresti a ricordartene? Di quando eri solo una nota sul taccuino?

Imbalsamato, senza controbattere, sentii la pressione gonfiarmi il collo, la fronte, le tempie, mi guardai le mani sudate per sincerarmi delle loro esistenza.

Chiuda quella bocca! Mi ribellai.

Hai paura, vero? Hai paura di scoprire quello che sei per davvero?

Lei sta mentendo.

Ti piacerebbe, eh?

Lei si sta inventando tutto.

Non sono le azioni a definire ognuno di noi? Alzò le braccia in segno di resa. Non è così? Dimmi una cosa, rispondimi, dimmi una sola cosa che avresti fatto ieri, o prima di arrivare qui, per esempio… cerca di ricordarti un gesto, una cosa che hai mangiato, di un bacio che avresti dato, di un’immagine sola.

Con lo sguardo perso nel vuoto cercai a stento nella mia memoria.

Perché mi racconta tutto questo? E feci per alzarmi. Cosa vuole da me?

Intrattenimento personale, ecco cosa voglio.

Ne ho abbastanza di queste assurdità. Me ne vado.

Fu allora che mi diressi verso l’uscio, passandogli proprio davanti, fino a che lui, con una gentilezza che non collimava con le parole sprezzanti appena pronunciate, mi fermò posandomi una mano sull’avambraccio. Poi, con una faccia piena di comprensione, mi osservò, scuotendo il capo con fare paterno.

Non vorrai mica andartene così? Si stupì come se l’avessi offeso.

Tacqui, guardandolo dall’alto in basso, con il capo spostato all’indietro per mettere a fuoco quel sorriso che si stirava nella penombra.

Non te lo consiglio. Saresti morto se solo riattraversassi il ruscello. Faresti meglio a restare qui, con me.

E chi mi ucciderebbe? Lei? Risi scuotendo la testa. Lei è pazzo.

Essere… quale verbo più inflazionato?

Mi scostai da lui, ritraendomi spalle al muro, sperando di essere alle prese con un incubo. Si alzò e si frappose tra me e l’ingresso, come per prevenire la mia dipartita, per fare blocco. Non posso nascondere che temetti il peggio. Temetti di essere caduto preda di un maniaco in cerca di un trastullo.

Mi vuole aggredire? Ci provi e gliela faccio mangiare. E indicai la Lettera 22.

No, non voglio, amico mio. Anche perché a me, qui e ora, basta scrivere una cosa perché questa accada. Inoltre quella è roba mia, e indicò la Lettera 22, non si tocca.

Si levi di torno. E lo scostai con un braccio.

L’uomo si levò di torno, non solo, ma si adoperò nel farmi strada e nell’aprire la porta, come per invitarmi a prendere il volo al di là da quella, con un gesto del braccio mostrò un paesaggio notturno degno dei romanzi gotici, un esterno in tempesta dove il vento gridava contro alberi che frustavano il cielo nero, basso, cosparso di clangori e bagliori. Un altro mondo rispetto a quello che avevo visto poco prima: più in basso, oltre gli scheletri dei cartelli sbattuti dal vento, cave canem, il ruscello parnassiano si era trasformato in un fiume grande come il Mississippi, dove mulinelli e onde torbide se la ridevano di me che osservavo.

Come vedi, disse ridacchiando, sarebbe rischioso prendere il largo con queste condizioni. Lo faresti?

Lei mi ha drogato.

Estrassi il cellulare. Mi accorsi che non c’era campo, che non avrei potuto chiamare la polizia. Mi accorsi che non c’era scampo.

Vedi tu, concluse richiudendo la porta, questa volta serrando svariati chiavistelli di diverse misure che poco prima non mi era sembrato di notare, vedi tu cosa preferisci: morire là fuori, o stare qui con me, al sicuro. Qui potrai vivere, te lo garantisco, qui potrai essere per sempre.

Io voglio andarmene. Voglio la mia vita!

La tua vita non esiste. Non puoi andartene così, insistette, ti sfalderesti come cenere al vento. Proprio così, e schioccò le dita.

Mi ritrovai sulla sedia ancora calda, con la tazza di thè, con i frollini al burro disposti su un vassoio in argento cesellato, di fronte a me, uno morsicato. Lui, con quella faccia, mi osservava accondiscendente, con l’autorità ben disposta di un buon padre di famiglia.

Ti ho avvisato. Posso tutto, nulla mi sfugge, nulla passa inosservato.

Lei dice cose senza senso. Che cosa mi ha fatto?

Quello che faccio ogni giorno, amico mio, quello che faccio ogni giorno.

E cosa fa ogni giorno? Rapisce gli sportivi di passaggio?

Creo.

Il cipiglio dell’uomo si aggrottò, tutt’intorno si fece buio, e non riuscii più a discernere la stanza, come se fossi stato risucchiato dallo scarico del cesso, iniziai a vorticare, probabilmente svenni. Una volta aperti gli occhi, mi ritrovai in un magnifico roseto: multicolori, i fiori mi circondavano in ogni direzione e, strizzando le palpebre a causa delle luce molto forte, potei, là in fondo, scorgere la casupola, e lui stava lì nella veranda, sembrava salutarmi, come si saluta qualcuno a cui si vuole bene. Le api ronzavano in gran numero attorno a me, fu come se fossi parte dello sciame, mentre lavoravo le rose con cesoia sfavillante, eliminando le parti morte, lasciandole a terra dietro di me, riparandomi dal sole con la mano esile. Fu quando vidi il baluginare dei suoi occhiali da vista, lontano, mentre lui continuava a salutare, che mi punsi le dita. Fu quando succhiai la goccia di sangue che le scoprii affusolate e sottili, come non le avevo mai avute, e lo smalto rese evidenti le braccia glabre, fini, mentre scendevo con lo sguardo per ritrovarmelo sul seno, contenuto in un vestito porpora con pizzo e ricami, che ansimava di spavento. Mi guardai attorno con occhi spaventati, prima di scoprirmi nel riflesso sulla cesoia sotto le sembianze di una donna, turgida e mai vista prima, mora e dalle labbra carnose.

Mi fece segno di tornare, come si richiama un cane, con una lentezza straordinaria, come se fossimo immersi in una piscina profondissima, e i petali che cadevano ai miei piedi sembravano restare sospesi a mezz’aria, così come il mazzo che stringevo forte, prima di offrirne il fiore più bello al mio unico padrone.

Vieni. Mi disse gentile mentre gli porgevo il mazzo, vieni qui tra le mie braccia, ammiccò mentre i miei piedi poggiavano già sulle assi della loggia.

Mi prese per mano ed ebbi paura, ma non seppi reagire, come se il mio volere fosse privo di significato o bruciato al vento, come un vecchio giocattolo dimenticato. Mi adocchiò soddisfatto, come se avesse portato a termine una missione lunga un anno, come se potesse finalmente godere del frutto che lui stesso aveva coltivato. Sorrisi e lui mi sorrise di rimando, ora che spingevo in fuori il petto palpitante, ora che gonfiavo le labbra per premiarlo, come da copione.

Finché, ancora seduti al tavolino, uno di fronte all’altra, con il pasto fumante che conoscevo ma di cui non ricordavo il nome, sentii un moto di vita dentro di me, come se non potessi fare altro che ribellarmi alla mia parte. Era un riflesso proveniente dai suoi occhi.

Se sa tutto, dissi, se prevede tutto, se può tutto, qui, ora, come potrà godere di me, sapendo che sono artificio della sua penna?

La sicurezza scomparve, lasciò il campo al cruccio che ne segnò il viso. Afferrò il bouquet floreale, si alzò e, cercando una brocca su una mensola mi diede le spalle. Impugnai il coltello di fianco al piatto fumante, pensai che avrei dovuto usarlo, ma lo rilasciai subito, forse intenerito, forse ancora sotto il giogo.

Hai ragione, disse finalmente, forse hai ragione, come potrò goderne controllando e prevedendo tutto?

Mi avvicinai sussurrando parole dolci, come per rassicurarlo. E ripresi il brillante coltello affilato.

Anche solo per un attimo, sarebbe bene dimenticare e lasciarsi andare, trasportati dal flusso della storia, lo faccia senza paure. Lo faccia ora.

Lui non si voltò, ma si arrestò come sorpreso da un pensiero.

Gli piantai la lama nella schiena, con fendente secco, senza esitare, e lo guardai accartocciarsi su se stesso, abbandonarsi ai miei piedi.

Mentre lui gorgheggiava per terra, senza riuscire ad afferrare il manico conficcato tra le costole, inserii un foglio nella Lettera 22 e cominciai a battere parole. Raccontai di un uomo che maltrattava i suoi personaggi, che li intrappolava per il proprio sadico sollazzo. Non riusciamo controllare noi stessi, scrissi, ed è vano credere che si possa farlo con le creazioni. Proseguii cercando di fare attenzione allo smalto delle unghie, ma poi rividi le mie mani, maschie ancora, nodose. Restai lì a osservare la vita spirare, mentre ritornavo uomo, sempre più, dopo ogni respiro, dopo ogni riga che tracciavo. Mentre lui moriva in una pozza oleosa e vermiglia, mi ripiantai gli auricolari nelle orecchie e abbandonai la casupola mai vista prima, saltai il ruscello, calpestai i fiori degli argini, e mi diressi con un ritmo ponderato verso casa, dove la madre dei miei figli mi aspettava sulla soglia.

 

[AA.VV, Preghiera di un uomo che cade dalle nuvole, Sensoinverso Edizioni, 2017.]

2 pensieri su “Lettera 22

  1. davvero un racconto accattivante. digressioni descrittive e dialoghi gestiti con ottima padronanza. si legge agile fino alla fine e il godimento nella lettura non è scalfito dal fatto che la trama è in fondo somigliante ad altri incontri metanarrativi (“La colazione dei campioni” di Vonnegut, per inciso il romanzo più bello di sempre, “Cowgirl il nuovo sesso” di Robbins, “Il mondo secondo Garp” di Irving, “Trilogia di New York” di Auster, ma anche la recente fatica cinematografica di Van Dormel “Dio esiste e vive a Bruxelles”). eppure il format è reinterpretato con personalità e sfrontatezza: il tramutarsi in donna dell’io narrante dopo il “creo” proferito dello scrittore è indubbiamente originale (anche se, giunta a quel punto la trama poteva dipanarsi , con maggiore coraggio, diventando davvero “cattiva”, oltre che “accattivante”); intrigante è il fatto che il dio scrittore non venga assassinato, ma in realtà abbia deciso di “suicidarsi” offrendosi in pasto all’arena dei lettori quale allegorico toro da “matare”; e inedito è pure il ribaltamento di prospettive finale, a suggerire che “chiunque” può essere *lo scrittore* (basta inserire un foglio bianco nella mitica Olivetti), ma non tutti sono in grado di creare mutevoli universi (l’io narrante preferisce tornare alla sua routine). insomma, che aggiungere? ecco, sì, complimenti.

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