L’incrocio

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Ti sei vestita di nero e anch’io non ho potuto fare altrimenti. È il mio destino. Ti sta bene l’abito, sei bella, sei la donna che anche a lutto fa germinare voluttà con un gesto della mano. La donna che ho sempre desiderato. Vorrei gridarlo al mondo il mio dolore, ma ho tanta paura che nessuno riesca ad ascoltare. L’autista non può capire quanto ti abbia amato da quell’istante – nessun altro può all’infuori di me – quanto io ti abbia desiderato da quella notte sul divano bianco; lui non sembra capire la voglia che ho di stringerti la mano, di poterti parlare, di farti sorridere, anche se si volta spesso per curiosare di sfuggita, invece di guidare. Tu non parli, la cosa non sembra darti fastidio. Non accenni nemmeno un dissenso, talmente il pianto sembra averti prosciugata. E ti capisco, ma gli alberi continueranno a fiorire, vedrai, ogni primavera.

Si tratta di fare il callo a qualcosa che non c’è più. Basta abituarsi, basta avere pazienza. Sono cose che vanno digerite e presto capirai come il tempo faccia miracoli: perché, vedrai, anche le cose più impensabili vengono inghiottite dalle stagioni, prima o poi, anche i fatti più incresciosi hanno i giorni contati. Lo so. So che non è facile accettare, ma bisogna guardare avanti, né io né te abbiamo altra scelta, nessuno ce l’ha. La vita ci ha riservato questo, niente di più. Solo le fotografie, solo loro, potranno riaprire i rubinetti del dolore, ogni volta che scivoleranno dagli album dei ricordi, cadendo ai tuoi piedi increduli, quando gli occhi diverranno umidi e cercheranno impossibile conforto.

Il traffico. L’ho sempre detto che non si poteva andare avanti così. Queste arterie, queste circonvallazioni, sono la strada per la disperazione. Imbottigliati, col rischio di arrivare in ritardo. Dio, che cosa da imbecilli. Ma stai tranquilla, sono sicuro che non potranno cominciare senza di noi. Le senti le mie parole? Non potranno. E non ti preoccupare per il programma di oggi: alla funzione seguirà un ricevimento, una cosa informale, dove non potremo mancare, anche se sarai stanca, lo so, anche se non hai potuto organizzarlo tu. Capisco.

Ho sempre guardato al cielo, anche quando si nasconde dietro ai cumuli che oggi si addensano là sopra: mi fa pensare allo spazio, ad altri mondi, dove si celano i paradisi che ti piace immaginare, quelli che sembrano inarrivabili, frutto di rassicuranti strategie, di teorie del complotto mai sabotate. Se fosse veramente lì, il posto dove siamo diretti, a me andrebbe anche bene, ma temo che si tratti di erba florida e terra rovistata dai vermi, il luogo del silenzio, ultima dimora. Lì, dove i piccioni ci calpesteranno, dove ci annoieremo leggendo epigrafi, osservando vedove disperate, dove sbricioleremo petali rinsecchiti sulla banalità della fine.

Quest’autista fa sempre la scelta sbagliata. È mai possibile? C’è casino in centro e lui passa per il centro. È intasata la circonvallazione e lui si mette in fila proprio lì, dove si ammassano tutti come cretini. È troppo distratto. Sembra uno di quei tassisti che tartassano i passeggeri con svolte brusche, che si aggrappano al volante, che saltano sul freno come scimmie indemoniate, che non sanno neppure dove andare e si guardano attorno come atterrati dalla luna. E poi è vestito così triste, più nero di noi, uomo senza fantasia.

Non sarà più la stessa, questa città. Da qualche giorno non lo è più, in ogni caso. Non per me. È come se una cacofonia strana vi si fosse appesa per farle ombra, come se le storie che la compongono non riuscissero più a risolversi in armonia, ma si opponessero l’una all’altra senza trovare l’equilibrio. Come se non riuscissi più ad aprire le porte, a serrare le maniglie, mi riesce difficile persino ordinare al bar. Figurati che stamani non ho nemmeno consumato, troppa gente, e me ne sono andato via arrabbiato.

Ecco la chiesa, eccoci arrivati, guarda in quanti sono, te l’avevo detto, ne ero sicuro: mai avrei dubitato della vicinanza degli amici, di chi ci vuole bene, anche se le chiese si affollano solo in tali occasioni. Non piangere, per favore, e asciugati le lacrime, sii forte, cerca di abbozzare un sorriso, è arrivato il momento di mostrarlo senza vergogna: dopo quest’ultimo passo, tutto tornerà a procedere per il verso giusto, dammi retta. Il mondo continua a girare, piano o veloce poco importa, senza che tu te ne accorga nemmeno: rinasceranno i fili d’erba, diventeranno querce, e anche loro torneranno a ombreggiare i campi di grano. È solo una questione di attimi da mettere in fila, vedrai, e tutto sarà dimenticato. Tutto passa. Ah, a proposito, ecco mio fratello che viene ad accoglierti. Bene, accenna un po’ di leggerezza per il suo gesto di cortesia, mi raccomando.

Devo confessarti una cosa: non ho per nulla apprezzato che sia stato proprio lui a leggere l’orazione. Con tutti quelli che avrebbero potuto farlo al posto suo, perché? Sai bene quando non ne abbia mai sopportato i modi, quella sua viscida predisposizione al contatto, quel suo essere sempre tra i piedi, a bighellonare in casa nostra, a frugare tra le mie cose, quel suo sguardo sprezzante, un’attitudine non certo consona a un consanguineo rispettoso, comprensivo, discreto. Davvero non mi è piaciuto, devo spendermi ancora a suo sfavore: quanta ipocrisia nelle sue parole. E poi, la recita meschina, la lettura impostata, eseguita come un appello di classe, letta quasi con sollievo, senza pause e senza sentimento. Come per recitare la parte del dolore. Per non parlare dei singhiozzi contriti, patetici, pietosi, delle parole spezzate dai lamenti, degli occhi rossi rivolti alla gloria di dio, che vagava nascosta da qualche parte sotto la navata, quegli occhi in cerca di perdono. Ma lasciamo perdere, pensiamo ad altro, non ho certo voglia di mettermi a recriminare, ormai è troppo tardi. Ci sono i fiori colorati e che belli i libretti funerari. Sono proprio ben curati. Così come la foto che hai voluto sul coro, molto appropriata, brava. Scelta decorosa la lettera di Giovanni, dio è luce e in lui non ci sono tenebre, anche se avrei inserito Giobbe, ma chissà, magari il curato lo farà durante l’omelia, speriamo lo faccia, oppure preferirà l’Ecclesiaste e sarebbe ancora meglio. Vanità delle vanità, tutto è vanità. Ottima idea anche la musica: sotto le navate romaniche risuona densa di sacralità e tutti se ne stanno in silenzio ascoltandola, piangono perché non si può non piangere di fronte alle note che rendono vivida una persona scomparsa, di fronte ai ricordi. È capitato anche a me, molto tempo fa. Non lo scorderò.

E mentre esci dalla chiesa, mentre dai le spalle all’altare, ricordo te, inginocchiata ai miei piedi. L’atto conclusivo del nostro amore quando, dopo averti assaggiata fino in fondo, dopo aver lottato con l’impulso naturale, fuori e dentro di te, nel tuo vizio caldo e scorrevole, potevamo unirci in comunione. Dopo averti guardata da vicino, dopo averti annusata, dopo aver trovato la pace in te, ricordo, ora che sembri così lontana. Ricordo ancora e mi chiedo il perché.

Smettila di guardare fuori dal finestrino, anche se la predica è stata di un’ovvietà sconcertante; lo so, non è quello che ci saremmo aspettati. E non torturarti più con quello che è successo, guarda avanti, comincia la nuova vita. La pioggia fa sempre questi rigagnoli sul parabrezza, è inutile cercare di carpire qualcosa da quelle serpentine liquide e, lo sai, anche se il caso è solo meccanicismo incomprensibile, non vale la pena di prendersela con dio. Lui non c’entra. Dio fa il suo lavoro, e tu non vorrai mica biasimare chi fa il proprio mestiere? Potrebbe farlo meglio? Dici che potrebbe? Forse hai ragione tu. Ma ricordati che non tutto si salva, e vuoi che dio non lo sappia? Vuoi che sia esente dall’imperfezione che lui stesso ha instillato in noi?

Non è colpa di dio se quel camion non si è fermato allo stop, se non ha nemmeno rallentato, per precauzione banale: il conducente era ubriaco e stava andando a puttane, lo so, l’hanno arrestato tra le cosce di una sifilitica, poco dopo, ma nessuna pena inflitta basterà mai per dimenticare quello schianto. La lamiera della vettura era così ritorta, così ingarbugliata, che hanno dovuto tagliare con la sega elettrica per raccogliere gli arti incastrati ovunque. Immaginati il disastro: immaginati la poltiglia rossa a imbrattare i sedili in pelle, i brandelli di materia cerebrale sul cruscotto e i capelli incrostati sul volante. Immagina lo schifo. Dicono che i morti in circostanze violente siano condannati a vagare per l’eternità, forse alla ricerca di quiete, o più semplicemente di vendetta; dicono che siano obbligati a trovarla, la vendetta, prima di sparire; dicono anche che tutto si trasforma, grazie all’energia, e che possiamo considerarci immortali, sospesi per sempre in un limbo di transizioni, come il vento che si fa elettricità. Quindi non disperare, nonostante le barriere che sembrano adesso invalicabili. Scusa se ricordo queste cose, ma dovrò pure parlarne con qualcuno e, ora che siamo in questa macchina, non vedo che altro potrei fare se non sfogarmi con te, mio unico amore.

È bella la pioggia inattesa, perché porta l’avvenire che non avrebbe avuto speranza. È gravida di futuro, vogliosa di vita da dissetare. E soddisferà tutti i fiori, così come i vasi dimenticati, i cipressi, e le altre piante delle quali nemmeno il giardiniere del camposanto si cura più, sterpaglie sulle mura, quegli omaggi rinsecchiti senza nessuno che abbia lacrime da versare, senza nessuno che abbia voglia di passare.

Il marmo dei cimiteri è un marmo triste: il marmo deve brillare, per come la vedo io, e deve sembrare morbido come la carne. Quello per le lapidi, non ci sono misteri, è resistente ma malinconico. E mentre il corteo si districa tra sentieri e sassi, il nostro passato limitato mi sembra tanto più lontano che ho quasi paura, adesso, paura di perderti per sempre: non riesco a starti vicino, nonostante gli sforzi mi pare di camminare troppo lento, sempre più impacciato per così dire, ed è impossibile starti al passo. In questo luogo non sembro più me stesso. E meno male che ci sei tu, là davanti alla processione, quasi a ballare tra le lacrime, mentre il crocchio della ghiaia risuona tra le pietre grigie, sotto lo scrosciare lento ma insistente, mentre ti vorrei ancora baciare, mentre tu m’ignori, forse senza fiato per il dolore. Non voglio insistere, ti lascio tranquilla, senza obbligarti a condividere la sofferenza, anche se ti vorrei qui, vicino a me. Anche se tu sembri avere fretta, molta fretta e io non capisco il perché. Meno male che ci sei tu, a rifocillare queste facce cupe con la tua sola presenza: mentre le guidi alla concessione ti guardano tutti, alcuni amareggiati, altri con occhi diversi, avidi; e mio fratello con grande solerzia. Perché non ti molla un attimo? Perché? Vieni qui, non scappare, abbracciami e lascialo stare. Dimentichiamoci di tutto e di tutti. Vieni qui, non ti allontanare in questo giorno freddo, e facciamoci forza insieme. Perché hai gettato i petali nella fossa tenendolo per mano? Perché l’abbracci mentre il muratore sporco di calce posa la lapide? Perché? Non c’è ragione oppure si tratta di vita nuova? Dimmi. Tutto pare sospeso: forse sono i singulti, gli scuotimenti delle teste a farmi pensare che non sia solo un sogno; mentre mi chiedo come sia potuto accadere – a quell’intersezione maledetta – mentre la musica che amo accompagna i capi chini dell’assemblea. Mentre ti allontani e cerchi di trattenere le lacrime, con la mano sulla bocca contorta, mentre vorrei tenerti il viso tra le mani, far scivolare le dita tra i capelli, sulla tua pelle pallida, mentre appoggi la testa alla spalla di lui, mentre piangi su quel petto, mentre vorrei perlomeno sfiorarti, ma vedo solo gli ombrelli sotto ai quali ti ripari, compatti a formare una testuggine nera, attorno a te, lontano da me che ti aspetto. Mi sento solo e tutto sembra scappare lontano.

Che bisogno c’era, dimmi, di farlo venire in auto con noi? Mi sembra fuori luogo, dovremmo raccoglierci io e te in intimità, in un giorno così triste, nonostante quest’autista impiccione. Guarda un po’, te l’avevo detto, non sa dove andare e si gira per guardarti, con la scusa di chiederti la strada per il ricevimento. Si può essere più incapaci? Non m’ascolta neppure, fa finta di non sentire: gli dico la strada e fa come se parlassi al vento, nemmeno un cenno per dirmi che ha capito, per dirmi che seguirà le mie istruzioni, o perlomeno che le ha prese in conto. Poi questo vizio di voltarsi… ma non lo sa che è pericoloso? Parlagli, ti ascolterà, deve andare di là e digli di guardare avanti che ci farà ammazzare al prossimo incrocio.

Amore mio, cosa stai facendo a mio fratello? Ti attacchi a lui con struggente dolcezza. Cos’è questa storia? Per dio, lascialo respirare. Ti sembra il caso? Non è mica lui che devi piangere. E fai discorsi strani: parli di libertà, accarezzi la sua guancia, mentre però mi sembri triste. E perché gli sorridi, seppur amaramente, amore? Ci vorrà ancora del tempo, dice lui, ma tutto si sistemerà, passeremo oltre e potremo finalmente vivere. Ti dice quello che ti ho detto io, poco fa, ma a me non hai prestato ascolto.

Non posso credere che tu lo stia facendo per davvero, mi son voltato un attimo ed eccoti qui, eccoti qui che fai ciò che non avresti mai dovuto fare. Lo baci. E lo fai come se non riuscissi a trattenerti, ti lasci andare, lenta e palpitante, come facevi con me, come se io non fossi qua, gettando l’imbarazzo fuori dal finestrino. Dov’è stato? Quando l’ultima volta che ti ho vista così? Le cose sono andate diversamente, lo so, e ora non posso provare nemmeno rabbia, sono isolato, bloccato in questo luogo senza porte e senza mura. E poi, che andate dicendo ancora? Siamo liberi, non voglio lasciarti più, nemmeno io, nemmeno un secondo, mai, voglio goderti per l’eternità, mi godrai, voglio farlo per tutto il tempo in cui non ho potuto, voglio poter dormire con te, io svegliarmi al tuo fianco, senza più paure.

Eppure ti metti a piangere, senza preavviso, forse per un pizzico di compassione, sussurrando che no, che è tutto sbagliato, che non si può fare così, che lui non merita questo, che in fondo lo amavo. Così, forse sentendo i lamenti, l’autista volta la sua faccia stupida e preoccupata, rimane secco, sgranando le orbite, appeso con gli occhi al tuo seno, stretto nelle mani del mio stesso sangue. E rimane lì, con il suo cappello da portiere d’albergo mezzo storto e quel grugno da scemo del villaggio, senza rallentare. Non guarda avanti e non vede il semaforo, non fa caso all’incrocio del viale. Quel cazzo di incrocio. Così come non vede il camion che trasporta spartitraffico di cemento. È troppo tardi ormai, non c’è più nulla da fare, non può più evitare l’impatto dal lato dove siedi tu, con addosso lui, mezza nuda e ancora bella, non più dimentica del lutto. Tu, schiacciata come un lampone dalle grida del metallo.

Restano i brandelli sparsi, restano le carcasse, gli arti ritorti e i ciuffi nel sangue rappreso; poi resta il puzzo della plastica, il clacson che suona e il profumo delle ustioni. Resta un acre macello. E a parte questo non c’è altro da contemplare: nessuna condanna da scontare, soltanto polvere, come puoi constatare adesso che sei mia. In questo luogo buio e senza patimenti, dove non ci si cura più di nulla. Non resta null’altro, tranne la fossa, tranne i petali che seccheranno e che sbricioleremo insieme, ascoltando il silenzio, tranne l’urna dove potrai riposare, vicina a me, qui sotto, adesso e per sempre ancora.

 

[AA.VV, Preghiera di un uomo che cade dalle nuvole, Sensoinverso Edizioni, 2017.]

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