Caseina

L’aveva osservato dipingere. Ne aveva ammirato le opere, la maniera fatalista, ironica, iconoclasta, d’intendere l’arte e la vita. Lo ricordava lungo le giornate trascorse a disegnare, ad affrescare le mura dell’appartamento milanese con la copia d’Amore e Psiche che stava ancora lì, nonostante gli anni, nonostante i caloriferi ne avessero annerito i pigmenti proteici. Quell’uomo magro, teso e ricercato, a cui voleva bene, quell’uomo che l’aveva cresciuto, oggi insoddisfatto, stanco, quell’uomo che aveva amato come un padre; un padre che aveva scelto di scappare da se stesso, dal dogma della produttività che prima o poi, aveva più volte confessato, l’avrebbe ucciso di pazzia.

Se lo ricordava ora, mentre osservava il grido d’aiuto postato sulla bacheca, lo immaginava al computer, a battere le lettere con il caffè nero tra le mani, zucchero di canna, come piaceva a lui. Kurtz 2.0, distratto da donne senza passato, quelle che aveva sempre cercato, o forse soltanto dalla pittura, unico diletto superstite, unica attività a preservarlo dalla locura. Aveva avuto la sua visione, Claus, la prospettiva di rivincita che l’aveva spinto a costruire il proprio castello di tek ai confini del mondo.

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