Caseina

L’aveva osservato dipingere. Ne aveva ammirato le opere, la maniera fatalista, ironica, iconoclasta, d’intendere l’arte e la vita. Lo ricordava lungo le giornate trascorse a disegnare, ad affrescare le mura dell’appartamento milanese con la copia d’Amore e Psiche che stava ancora lì, nonostante gli anni, nonostante i caloriferi ne avessero annerito i pigmenti proteici. Quell’uomo magro, teso e ricercato, a cui voleva bene, quell’uomo che l’aveva cresciuto, oggi insoddisfatto, stanco, quell’uomo che aveva amato come un padre; un padre che aveva scelto di scappare da se stesso, dal dogma della produttività che prima o poi, aveva più volte confessato, l’avrebbe ucciso di pazzia.

Se lo ricordava ora, mentre osservava il grido d’aiuto postato sulla bacheca, lo immaginava al computer, a battere le lettere con il caffè nero tra le mani, zucchero di canna, come piaceva a lui. Kurtz 2.0, distratto da donne senza passato, quelle che aveva sempre cercato, o forse soltanto dalla pittura, unico diletto superstite, unica attività a preservarlo dalla locura. Aveva avuto la sua visione, Claus, la prospettiva di rivincita che l’aveva spinto a costruire il proprio castello di tek ai confini del mondo.

Restava solo Facebook a tenerli in contatto, nemmeno si telefonavano più, ed erano le fotografie a risvegliare i ricordi di quella casa colonica sull’affluente del Sierpe: una piramide a gradoni rossa, dove i tre ordini si sovrapponevano restringendosi, quei bungalow da ecoturismo che Claus aveva tirato su con le proprie mani, lottando contro la natura, contro la vorace umidità. Tanti viaggi fa si era trovato lì, vi aveva trascorso settimane a leggere, giocare a biliardo ascoltando i Doors, con un cuba libre alla mano, sotto piogge torrenziali, oppure con il ciangottare dei pappagalli in volo, il tramonto sul fiume torbido e limaccioso, tra bradipi e formichieri a far da spettatori. Non vi erano tentazioni laggiù, a parte l’alcol e qualche foglia di marijuana, non vi erano strade asfaltate, ma solo lo sterrato tra i banani, qualche rettile nel fogliame ed elettrici colibrì.

Effettuato l’accesso online, il post non aveva perso tempo a saltargli in faccia: un’immagine da colorificio, con polveri variopinte e leganti, per accompagnare il lamento dell’eremita: sono disperato, ho terminato le scorte di caseina, la base essenziale con cui compongo la mescola dei pigmenti. Fu un sorriso compassionevole, uno scuotimento del capo, ad accompagnare le poche parole del commento: te la mando io, dimmi cosa ti serve, esattamente. E sebbene quell’esattamente gli fosse suonato enfatico sin da subito aveva premuto invio, per tornare poi alle sue cose, non preoccupandosi di una risposta immediata, tenuto conto del fuso orario, degli afosi ritmi lavorativi, e delle giornate poco digitalizzate del groviglio pluviale in cui si trovava Claus.

Fu il giorno seguente che la conversazione si spostò nella messaggeria privata, quando sentì il suono acuto della posta in arrivo: Caro amico, qui è impossibile, l’ultima volta l’ho trovata per mezzo di un amico alla fabbrica di birra di S.J., ho perduto le tracce di tale conoscente, pare che l’abbiano ammazzato per debiti – gli errori commessi ci raggiungono sempre, prima o poi, così come le paure – e in farmacia la vendono in vasetti preparata come ricostituente e a me così non serve. Si trova in vendita in Italia o altri paesi nelle colorerie o dai distributori. Io preferisco quella in polvere, la granulosa, risulta più stabile nelle mescole antiche. Ma quando vieni a trovarmi? Fu felice, poteva essergli utile e non perse tempo, così rilanciò fattivo: preparo il pacco, quanta te ne serve? Dimmi di cos’altro hai bisogno, già che ci siamo. Verrò quanto prima. Uscì e ne comprò due chilogrammi.

Un altro giorno passò, senza che arrivasse risposta. Eppure Claus non disdegnò alcuni post di carattere paesaggistico, la violenza della pioggia, altri di carattere botanico, gardenie, passiflore, un albero spinoso, Lagerstroemia speciosa, crisantemi, e infine immagini che si sarebbero descritte come nature morte alla Van Gogh: scatti della tavola da pranzo, apparecchiata per un solo commensale, del bicchiere scheggiato, delle pantofole afflosciate dall’uso; c’erano anche il letto sfatto, i cardini arrugginiti della porta e un cadavere di serpente rosicchiato dalle mosche.

Poi finalmente il messaggio arrivò: non posso che ringraziarti, amico, con mezzo chilo di caseina sarei più che contento. Di cos’altro ho bisogno? Di una cinta, una vera cinta di cuoio vero, anche una tua, una che non usi più, una cinta con una bella fibbia resistente, di quelle che non si trovano qui, di quelle che non si spezzano, di quelle che sembrano fatte per resistere in eterno. Si sarebbe aspettato la richiesta di pennelli, matite, o magari un po’ del tabacco nazionale che lui amava, prodotti difficili da trovare in centroamerica, men che meno nella penisola di Osa, dov’erano le prime necessità a farsi largo nei villaggi, non certo armamentari per artisti. Magari una conserva di paté o del pecorino sottovuoto, chissà, una qualsiasi prelibatezza che i suoi denti avevano scordato. E invece no, tra tutto ciò che Claus avrebbe potuto richiedergli, soltanto una fibbia. Alzando le spalle e scuotendo il capo, decise che gliene avrebbe acquistata una, le sue erano usurate, che sarebbe stato bello potergliene regalare una nuova, non un accessorio riciclato.

Chiuse l’imballaggio, riempì il formulario, la dichiarazione doganale, e inviò la spedizione. Soddisfatto ritornò ai propri affari, in attesa della gratitudine che sarebbe caduta su di lui, mecenate novello, per quell’elemosina a distanza, per quel gesto che gli parve mondare il peccato di non averlo soccorso quando ne aveva bisogno, quando gli aveva chiesto un prestito, anni prima. Già, bisogna sapere che il patrocinatore aveva fatto finta di niente, quando Claus gli aveva detto che le cose non andavano bene, che il turismo non sembrava propenso, nemmeno quello più avventuriero, a risalire il fiume come aveva fatto lui, come avrebbe fatto Marlow se fosse esistito per davvero. Non gli aveva inviato nemmeno i quattro soldi che avrebbero fatto la differenza, permettendogli di superare la bassa stagione; avrebbe potuto destinargli un bonifico, invece delle scuse di circostanza, robetta da poveri di spirito, da meschini rintanati dietro una tastiera.

E s’immaginava il percorso postale. Il pacco di cartone afferrato dai trasportatori, lo scalo statunitense, il suo arrivo nell’istmo americano, l’atterraggio sotto il sole pesante, il sorriso di Claus nel vederlo, le mani rinsecchite ad aprirlo, a spezzare i sigilli con fatica, strappando il nastro adesivo, per scoprire il contenuto che l’avrebbe liberato dalla noia, che gli avrebbe offerto una felicità anche solo passeggera. E si compiaceva di ciò, attendendo un cenno, almeno un grazie, che avrebbe aspettato a lungo invano. L’estate europea e le vacanze solitarie, la città che si svuotava, il caldo di luglio e nemmeno più un post sulla bacheca di Claus – non il fiume, non un fiore, neppure una pentola sporca – soltanto l’immobilità cocciuta dall’assenza. Lo immaginava preso nella miscelatura dei pigmenti, invasato di ebrezza creativa, lo credeva in quella veranda, unico posto fresco della villa, nascosto dietro la zanzariera verde, impiastricciato di colori, caseina e odore di trementina. Se lo immaginava dimentico dei pasti, impaurito dal tempo che scappa, invischiato nelle sue paturnie, deciso a non perdersi in inutili chat, ma cristo, almeno un grazie.

Non perse un attimo, si collegò e trovò un volo last minute a un prezzo favorevole, l’ideale, con scalo a Miami, dove avrebbe potuto smembrare uno dei granchi di Joe’s Stone Crab. Sarebbe arrivato di sorpresa sull’affluente stanco, vi sarebbe giunto per rinfacciargli l’ingratitudine diventata banalità, in quanto la natura non mostra mai riconoscenza, glielo aveva insegnato Claus. E aveva così preso il volo, facendo tutto quanto si era prefissato di fare, controllando Facebook una volta negli Stati Uniti senza trovarvi nulla di nuovo che riguardasse il vecchio amico. Era atterrato al Juan Santamaria guardando fuori dall’oblò come faceva da ragazzo, con il naso a fare condensa, con gli occhi affamati d’avventura. E poi la panamericana sulla jeep rumorosa, il saliscendi, le curve strette, i ristoranti di montagna dove servivano arroz con pollo, dove faceva freddo e la nebbia nascondeva la macchina nel parcheggio, la discesa dal lato del Pacifico, il cambio di ecosistema e la regione di Palmar Sur. Un caldo atroce.

Quella che portava a Sierpe de Osa era una strada di fango, dove al passaggio sulle pozze profonde, tuffandocisi dentro, si notavano sciami di zanzare levarsi tra i vapori. Sapeva che a un certo punto si doveva svoltare a sinistra, ma non si ricordava quando: erano passati anni e le immagini della memoria si erano sovrapposte a quelle della fantasia. Il sudore non smetteva di colargli dalla faccia e sulla schiena, ma ecco il cartello, non c’erano più dubbi: era sulla giusta via. Il villaggio si trovava su un’ansa lenta del fiume: quattro strade su cui dava una pensione vista piazza centrale, una pizzeria italocinese, il bar Las Vegas e il pescivendolo arroccato sul porticciolo. Affittò un fuoribordo di lamiera con qualche dollaro americano, mise in moto parlando dell’italiano che viveva in fondo all’affluente, chiedendo notizie: il ragazzino che gli diede la barca scosse la testa, roteando la mano sulla tempia, bofonchiando qualcosa che gli risultò incomprensibile come il verso di un oracolo.

Risalì il corso d’acqua. L’Estero Azul si riversava nel Sierpe più a monte del villaggio e non fece fatica a trovarlo: i percorsi fluviali se li ricordava. Non si sarebbe trattato di un viaggio troppo lungo, ma neanche troppo corto. Alla prima rientranza, dopo la chiesa evangelica sulla sinistra, i gorgoglii dell’acqua lo fecero trasalire finché non vide alcuni ragazzini tuffarsi da un albero che sembrava sul punto di cadere. Proseguì incrociando libellule strane e cercando sulla superficie torbida gli occhi degli alligatori che ricordava numerosi. Claus glielo ripeteva sempre, più salirai, più ne incontrerai, amano la pace, rifuggono i motoscafi e vogliono l’acqua bassa, specie per gli accoppiamenti. Quello che non ricordava, forse perché i ricordi infantili rendono gli spazi molto più ampi di quello che sono in realtà, era il restringersi progressivo delle sponde, come a richiudersi sul navigante irretendolo nelle fronde vegetali, e non ricordava nemmeno la pesantezza dell’aria, più spessa e collosa delle aspettative. Dovette rallentare più volte, per paura di finire contro i tronchi galleggianti, contro le radici che strabordavano dagli argini, e si ritrovò a farsi solleticare il collo dalle felci, a sentirsi osservato dall’intreccio delle mangrovie. Spense il motore e procedette con la pagaia, non voleva rimanere ingolfato in quella trappola naturale o senza benzina in quel rigagnolo tortuoso. Non c’erano più segni di umanità sulle sponde, solo un fitto verde scuro, solo versi di pennuti variopinti che si ripetevano senza tregua. Credette di aver sbagliato percorso e cominciò a guardarsi attorno con inquietudine: la penombra non avrebbe tardato a inghiottirlo.

Il pontile galleggiante era ancora lì: coperto da un tettuccio rosso spuntava dalla vegetazione un po’ rotto, come vestigia raggrinzita. L’erba alta, le fronde che coprivano la casa coloniale ancora visibile nel buio, i chiodi mal piantati nel molo quasi gli bucarono i piedi mentre avanzava sulle assi malferme. Doveva essersi sbagliato, forse non era quella la casa giusta. Non si vedeva una luce, non c’era la musica dei Doors, quella che Claus amava mettere sorseggiando un rum e coca a quell’ora della sera, non c’era un’anima. Avanzò a tentoni: una buca nella terra grassa avrebbe potuto castigare la sua voglia d’avventura, nascosta dalle erbacce, e sorprenderlo spezzandogli un ginocchio. Urlò il nome dell’amico, ottenendo in risposta solo il lamento del guaciaro, simile al pianto di un uomo lontano.

La veranda dalla zanzariera sbrindellata, ormai grigia, cotta dal sole. I rampicanti avevano inghiottito gli elementi portanti e la porta era accostata sul buio dell’interno. Non c’erano più lampadine nelle ghiere del patio, solo ampolle rotte, oppure rubate. Entrò. Sulla sinistra la reception, la scrivania col computer ancora lì, il libro delle prenotazioni che sfogliò non trovando nemmeno un segno da ormai nove mesi, un nome, un appunto, sulla carta ondulata. Il biliardo era ancora lì, coperto, ma il resto della stanza appariva vuoto: non c’erano i comodi canapè, non più la tavola da pranzo e la cucina spoglia, senza frigo, senza nemmeno un armadio o posate polverose. Non si vedeva più nulla, così tirò fuori l’accendino e cercò di farsi strada in quel luogo della memoria. Vide pareti imbrattate di vernice rossa, graffiti strani, grida contro il mondo. Poi le scale. Al piano superiore le stanze da letto senza letti, i graffi dei mobili trascinati sul parquet, l’aria pesante di chiuso e piscio di pipistrello; non più gli armadi pregni, e non più la vasca di ghisa blu, ma il bagno sgombro, il cesso che non gocciolava più. E i dipinti di Claus che un tempo avevano ornato le pareti erano spariti: restava il segno del loro passaggio, gli aloni chiari di forma quadrata o rettangolare senza nulla da dire. Infine la torretta, il piano più alto. La doppia porta spessa, ricordava bene, poi la scala a chiocciola, stretta, che girava su se stessa varie volte e un’altra porta doppia, un odore pesante, non più muffa ma qualcosa di peggio. L’atelier del pittore.

La cintura a penzolare dalla trave del soffitto, la fibbia per terra, tagliata di netto da una lama. Il cuoio pallido e tirato. Un fetore denso e una scritta graffiata con un vecchio pennello sulle assi di tek, una scritta che pareva dedicata proprio a lui: grazie, recitava. Sotto la cinta dondolante una macchia sul pavimento, frutto dei fluidi evacuati, delle carni rosicchiate, sgonfie. Una tela sul cavalletto a guisa di stele: vi era ritratto il giardino, un cumulo di terra smossa con croce e formichiere in lontananza, un picnic sull’erba denso di vettovaglie e tovaglioli ricamati in primo piano, senza nessuno a desinare. Le ombre a incrociarsi come fanno solo nei sogni; la palla rossa del sole appesa all’orizzonte. La pennellata febbrile, che delineava il tramonto con la civetta già sveglia sullo sfondo, accennava una firma scossa, lasciata a metà nell’angolo basso del dipinto.

Così se ne andò, orientandosi con gli occhi degli alligatori che luccicavano a filo d’acqua, come gli aveva insegnato Claus, navigando fino a riscoprire le luci tremolanti del villaggio che stavano ancora lì, identiche a molti anni prima, riflesse dal corso oleoso, come i pescatori sulle chiatte galleggianti a parlottare nell’oscurità, come i tenui bagliori delle loro sigarette.

 

[AA.VV., I racconti di Cultora, Historica edizioni, 2017, Roma.]

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